martedì 12 settembre 2017

La magia, la realtà e una porta rotta


Oggi parlerò di magia nel “senso stretto” del termine (chi sta già storcendo il naso è avvisato di girare al largo), ma, per quanto l’argomento in sé corra il rischio di diventare pesante, tenterò di rendere leggera almeno l’esposizione, e magari di non trasformare il tutto in uno sproloquio di cui fregerebbe vagamente qualcosa solo gli addetti ai lavori. 

Pressoché chiunque si sia interessato anche solo un pochino di magia in qualche momento della sua vita ha inevitabilmente sentito parlare del Banishing. Potreste averlo conosciuto con un altro nome (in italiano girano da decenni traduzioni tremende come “rituale di bando”, che a me fanno l’effetto di uno spillo infilato in un orecchio, ma vabbe’…) e, se avete studiato qualche incantesimo, questo è quasi certamente uno tra i primi che avete imparato se non il primo in assoluto. Moltissimi gruppi magici formali (come l’Ordine Ermetico della Golden Dawn, per citarne uno maggioritario, ma anche tante congreghe wiccane) iniziano l’addestramento dei neofiti proprio da qui.
Questa giusto per sdrammatizzare un po'!
Può essere usato anche da solo ma il più delle volte apre e/o chiude altri rituali più complessi: in altre parole, se la magia fosse sesso, il Banishing sarebbe un preliminare. La sua funzione è una via di mezzo tra un saluto, un rito di purificazione e un esorcismo, e in effetti contiene elementi di tutte queste attività.
Gli adepti delle correnti esoteriche più tradizionali, come la magia cerimoniale, vi spiegheranno che il Banishing consacra lo spazio fisico e gli strumenti che serviranno per la magia, purifica l’ambiente eterico dalle correnti negative e dai residui psichici e, se ci si sta muovendo in un paradigma che include anche entità immateriali, caccia via a pedate gli Spiriti indesiderati.
In contesti più moderni (o postmoderni) come la magia del caos, in cui l’azione di energie astratte o la presenza di entità invisibili sono cose lasciate più che altro all’opinione individuale, il Banishing è presentato in (ma niente affatto limitato a) una chiave più psicologica: il rituale di apertura servirà allora al mago per “centrarsi”, per separare quel che sta per fare dallo spazio e dal tempo della sua vita normale, per esorcizzare Spiriti nocivi come la voce del capufficio o il bisogno di fare uno scroll su Facebook, per indossare simbolicamente il mantello da stregone e vedersi – sia dall’intero che dall’esterno – pronti ad aprile le danze con le forze segrete dell’Universo (un buon esempio lo fornisce qui l’impeccabile Phil Hine).
All’atto pratico esistono moltissimi modi per eseguire un Banishing, ma consistono più o meno tutti in una serie di gesti, formule e visualizzazioni che ruotano intorno al tracciare – sia nello spazio fisico che in quello mentale – un simbolo di potere: tradizionalmente il pentacolo (il Rituale Minore del Pentagramma elaborato dalla Golden Dawn è uno degli incantesimi più famosi al mondo) o la croce o, nell’ambito della magia del caos, la stella a otto punte*.
Istruzioni per una versione molto semplice di Banishing
Sia ben chiaro, sto semplificando ai limiti dell’errore, ma spiegare i perché e i percome dei rituali di Banishing esula del tutto dal discorso che voglio fare. Se siete curiosi dei dettagli, una piccola ricerca su Google vi fornirà quanto basta a tenervi occupati per il resto del pomeriggio.

Fine della premessa (abbiate fiducia, non era inutile).
Quel che mi interessa ora è concentrare l’attenzione sul Banishing che molte scuole di magia raccomandano di eseguire sempre al termine di un incantesimo o di un rituale magico**. Il suo scopo, in analogia al Banishing iniziale, sarebbe quello di “dissipare i residui” dell’operazione, riportarvi “coi piedi per terra” nel mondo quotidiano, rimandare a casa qualunque Spirito vi abbia assistito nelle vostre stregonerie e, per citare un esempio famoso nel mondo dei maghi, evitare che scendiate a farvi una birra nel bar sotto casa dimenticandovi che avete ancora addosso mantello e cappuccio.
Il principio che sta alla base di tutto il ragionamento è che la magia avverrebbe in un contesto “separato dal resto del mondo”, in uno spazio e in un tempo speciali, che possono anche consistere solo in mezzo metro quadrato e pochi secondi di concentrazione ma che sono totalmente consacrati all’operazione magica, di cui il rito di apertura e quello di chiusura costituirebbero le “porte” d’ingresso e di uscita.

Ed è proprio qui che io vorrei instillare, se non una vera obiezione, per lo meno un minuscolo (e questionabilissimo, sia ben chiaro) dubbio.

Per farlo ricorrerò a un bellissimo (secondo me) esempio elaborato dal mago, matematico e filosofo Ramsey Dukes nel suo libro S.S.O.T.B.M.E. Revised, grande classico della magia postmoderna che trovate anche nella bibliografia del blog. Dukes suggerisce di immaginare che stiate tornando in taxi da una festa e che, ormai vicini a casa, vediate che il tassametro segna un po’ più di quattro sterline (tenete conto che è un libro scritto negli anni Settanta). Ma, aprendo il portafogli, vi rendete conto con orrore di non avere con voi il becco di un quattrino.
Che fare? 
Qualunque mago che si rispetti reagirebbe verosimilmente con un incantesimo: un Sigillo formulato sull’unghia, un mini-rituale per attrarre fortuna, un’invocazione a qualche nume, Spirito o demone preposto ad aiutare in circostanze d’emergenza (tra i favoriti penso ci sarebbero Ermes, Ganesh, Sant’Espedito o Mammona). 
A quel punto potrebbe accadere che il mago, appoggiando la mano sul sedile, senta qualcosa di duro infilato in una piega e si trovi tra le mani una moneta da cinque sterline, si suppone dimenticata lì da qualche passeggero precedente. Incantesimo riuscito, figuraccia scongiurata, mago e taxista ugualmente soddisfatti.

Salutate nonno Ramsey
Fin qui tutto piuttosto normale nella vita di uno stregone. Se qualcuno che sta leggendo bazzica la magia, avrà visto succedere cose del genere ben più di una volta. La parte davvero interessante è quella che arriva dopo
Come fa notare Dukes, solo un mago tremendamente dogmatico, fiducioso nei propri poteri ai limiti del fanatismo, avrebbe come primo e ultimo pensiero: “Fico, sono in grado di materializzare denaro dal nulla!” Allo stesso modo, solo un mistico con fede assoluta nei suoi protettori sovrumani (potenzialmente, nient’altro che una diversa marca di fanatismo) partirebbe dal presupposto che le Forze che vegliano su di lui, prevedendo in anticipo la sua dimenticanza, abbiano predisposto la catena delle coincidenze perché un passeggero salito prima di lui perdesse esattamente il denaro che sarebbe servito a lui, e nessun altro dei passeggeri successivi lo trovasse prima del destinatario designato, cioè appunto lui. 
Piuttosto, pressoché qualunque persona del Ventunesimo secolo, che sia religiosa, agnostica o atea, praticante di magia da una vita intera o scettica e razionalista fino all’osso, arriverà presto o tardi (più presto che tardi, in genere) a una formulazione del tipo: “Andiamo, non posso essere salito in taxi senza nemmeno controllare di avere dei soldi addosso, anche se a quella festa ho bevuto un po’: non sono così coglione! Probabilmente mi ero messo la moneta in tasca e ora non me lo ricordo. Poi mi è scivolata fuori e, quando l’ho cercata, l’ho ritrovata sul sedile” (ovviamente è solo un esempio: sono sicuro che vi verranno in mente molte altre spiegazioni sulla stessa linea, anche migliori di questa).

Lo voglio ripetere: tale pensiero, o uno analogo, verrebbe a chiunque si trovasse nella situazione del nostro esempio, anche a un mago che avesse appena visto funzionare alla perfezione il suo incantesimo attira-monetine. E il punto sta proprio qui: questo pensiero, sottolinea Dukes, è esso stesso un incantesimo di Banishing
È una sorta di visualizzazione che ci riporta “coi piedi per terra”, che dissipa i residui indesiderati della nostra magia (come il rischio di convincerci che sappiamo materializzare il denaro a volontà), che ci fa rientrare in quel continuum in cui tutti – maghi e non – viviamo immersi tutti i giorni, fatto di rapporti causa-effetto facilmente individuabili, di coincidenze che sono solo coincidenze e di quel tranquillizzante paradigma scientifico-razionalista che ci piace tanto applicare, essendo il dogma preferito della nostra civiltà . 
Perché, vedete, sempre di dogmatismo si tratta, anche se non di un dogmatismo di matrice religiosa. Nella spiegazione di cui sopra io do per assodato un passaggio – avevo il denaro in tasca e me ne sono dimenticato, poi l’ho perso sul sedile e non me ne sono accorto – del quale non ho alcuna prova positiva: semplicemente, è la spiegazione che meglio si adatta allo schema razionalistico in cui sono cresciuto. Prendendola per buona come unica spiegazione possibile, sto volutamente ignorando dei dati in mio possesso e dando per scontate delle circostanze “a priori” – mi auto-accuso di una dimenticanza, ma con quali prove? – ovvero, paradossalmente, non sto usando sul serio il metodo scientifico, che deve per forza partire dai dati concreti a disposizione e poi costruire una teoria su di essi. Uno scienziato che falsifica dati di laboratorio per confermare le sue teorie viene sbattuto fuori a calci in culo, se lo beccano. Per contro, avere una spiegazione aprioristica e applicarla in qualunque caso, indipendentemente dai dati, è proprio una caratteristica del pensiero religioso-fideistico.

Che cosa distingue, dunque, il pensiero di un mago da quello di qualcuno che ritiene la magia una solenne stronzata, se l’uno e l’altro penseranno prima o poi la stessa cosa mentre fissano la moneta che si sono ritrovarti in mano? Secondo Dukes, li distingue il non insistere sulla spiegazione, o meglio ancora il “non congratularsi con se stessi per averla trovata”. Qualunque spiegazione è uno schema, e in questo contesto qualunque schema ha uno scopo preciso (conscio o inconscio): fare da Banishing a quello che è appena successo (incantesimo riuscito, colpo di fortuna, catena razionale di eventi o banalissima coincidenza). Dukes, tra l’altro, la giudica un’ottima magia di Banishing, forse la migliore che potremmo usare in un caso del genere. 

E a questo punto, per ricollegarci al discorso da cui tutto è partito, la mia domanda diventa: ma quanto la nostra magia è separata dalla vita di tutti i giorni, chiusa nella sua bolla di rituale fuori dal tempo ordinario, se persino la più “grigia” razionalizzazione degli effetti di un incantesimo si rivela parte dell’incantesimo stesso, anzi suo naturale completamento?

O, formulata ancora meglio, che cosa distingue la magia dalla nostra vita di tutti i giorni? Nell’insistere tanto sulle porte di entrata e di uscita (non nello stabilirle, cosa che il suo senso ce l’ha, ma proprio nell’insistere sulla loro presenza) non rischiamo forse di costruire porte rotte in partenza?

Dukes, nell’introduzione al suo libro, fornisce quella che per lui è sempre stata la sola possibile risposta, e io ve la lascio qui, in traduzione mia, a mo’ di saluto: 
Per capire veramente la magia e il suo posto nella nostra società, sarebbe più utile cominciare a considerarla un diverso modo di pensare, anziché un diverso modo di agire. 



* Chiunque abbia assistito dal vivo a una performance degli Omnia ha visto il musicista-stregone Steve Sic eseguire questo rito sul palco all’inizio di ogni concerto, o appena prima 

** Per amor di completezza va notato che alcune correnti differenziano il rito di apertura (Invocazione) da quello di chiusura (Banishing), che in questi casi hanno scopi e modalità diversi, ma anche qui si andrebbe lontano dall’argomento presente

lunedì 21 agosto 2017

Heavy Metal Fantasy: il riff da guerra di Kings of the Wyld


Le due “accuse” che mi sento rivolgere più spesso quando parlo in pubblico di libri – a parte quella di non parlarne abbastanza (ma chi mi segue sa benissimo perché non lo faccio) – sono:

1. che parlo troppo spesso di roba in lingua originale, che il 90% delle volte non vedrà mai la luce in Italia (sì, se già non lo sapete, commetto il peccato di leggere soprattutto in inglese) 

2. che “non mi piace il secondary world fantasy”, ossia le storie ambientate interamente in un altro mondo con la mappa all’inizio e via dicendo (a chi mi fa questa seconda “accusa” di solito rispondo con un elenco a torrente di secondary world che amo e ho amato, e vado avanti a elencare finché la persona in questione non si azzittisce). 

Ebbene, stavolta tenterò eroicamente di mettere a tacere tutti parlando (in breve) di un fantasy di ambientazione che più classica non si può, con la sua fottuta mappa all’inizio e i protagonisti armaturati in copertina, e che per una santa volta uscirà in italiano (non so ancora quando ma uscirà per certo, penso sia questione di mesi).

Il romanzo in questione è Kings of the Wyld di Nicholas Eames.



Per la copertina potevano sforzarsi
di più, ma alla fine chissene!
Pubblicato a febbraio di quest’anno, io l’ho letto solo negli ultimi tre giorni, fuori programma nella mia (sempre troppo fitta) schedule di letture, perché Aislinn me lo ha picchiato in mano e mi ha detto “Leggi”.
Sono ancora un po’ frastornato dall’esperienza e non so nemmeno da dove cominciare a parlarne… Facciamo dall’autore, anche se in realtà non ho molto da dire: Nicholas Eames è un giovane scrittore canadese (cioè, mi pare abbastanza giovane dalla foto: non ho trovato da nessuna parte la sua data di nascita) che ha palesemente giocato di ruolo come una belva e ascoltato troppa musica ad alto volume. In pratica è uno come me, ma più bravo, pochi cazzi.  
Kings of the Wyld è il suo primo romanzo, e un esordio così io non lo leggevo letteralmente da anni.

Prendete un tipico mondo fantasy medievale, spaventosamente infestato di mostri usciti per l’80% dai manuali di Dungeons & Dragons terza edizione (e l’autore non lo nasconde proprio, anzi ne fa uno dei suoi punti di forza). Popolatelo di bande mercenarie ammazza-mostri che funzionano esattamente come delle band metal: hanno un frontman, un agente e un nome cazzuto, vanno in tour (ad ammazzare mostri), schiere di fan seguono le loro avventure e i membri dei gruppi più esaltati si pittano pure la faccia. Prendete una di queste bande, i Saga, che ai bei tempi ha massacrato eserciti di nonmorti e ucciso draghi (be’, quasi), salvato bellissime principesse ninfomani e sgominato tetri Signori del Male, in poche parole ha compiuto imprese talmente spesse che il mondo ne sente ancora gli effetti a lungo termine.
E ora fate la conoscenza dei suoi membri vent’anni dopo, quando la banda si è sciolta da una vita e quasi tutti hanno messo su famiglia e pancia, hanno lasciato le armi in soffitta e i capelli sulla spazzola e si sono trovati più o meno un lavoro onesto (tranne il lanciatore di coltelli diventato re, lavoro che di onesto non ha mai avuto nulla).

Finché un giorno il taciturno Clay Slowhand, “gigante buono” di mezz’età che passa le giornate a far la guardia a mura di paese che nessuno attacca mai e a praticare l’arte del rimugino con passione da pensionato, si ritrova sulla porta di casa l’amico Golden Gabe, ex capo dei Saga, distrutto e in lacrime. Sua figlia ormai adolescente, contro il buon senso e i consigli paterni, ha voluto diventare a sua volta una mercenaria (che si dice sempre dei figli delle rockstar?…), è scappata di casa e ora si trova chiusa in una città all’altro capo del continente, assediata dall’orda di mostri più vasta e più incazzata che quest’era del mondo abbia mai visto. E qualcuno deve fare qualcosa, no? 
Nicholas Eames
E dunque via che si parte a rimettere insieme la vecchia banda, rintracciando in giro per il mondo Moog il mago (che già ci stava poco con la testa da giovane, figurarsi adesso), Matrick il ladro (che ora porta una scomoda corona e ha una situazione coniugale alquanto complicata) e Ganelon l’uomo-nato-per-uccidere (che è andato incontro al… duro destino di chi vive in casa di una Gorgone). E questa ovviamente è la parte più facile, perché tra i Saga e la figlia di Gabe non ci sono solo i duemila chilometri di foresta piena di mostri (l’Heartwyld) da cui la banda da giovane ha preso il nomignolo che fa da titolo al libro, ma anche – e soprattutto – un esercito di acciacchi dell’età e dell’anima, di rimorsi e di rimpianti, di invidie e di vendette, di sovrani immortali, di mogli inferocite e di devastanti, inesorabili confronti tra il presente e un passato che non tornerà mai più.

Se tutte queste ragioni non vi bastano per prendere in mano Kings of the Wyld (adesso o quando sarà fuori in italiano), ve ne do altre tre. La prima è la straordinaria capacità di Eames di passare da un registro narrativo all’altro, da cui esce un libro che ti fa sghignazzare ad alta voce a una pagina e azzittirti col groppo in gola alla pagina successiva.
La seconda è che si tratta di un libro intelligente, che dietro a una ritmata, divertente storia di mercenari imbolsiti, gladiatori da strapazzo, navi volanti e oggetti magici disfunzionali parla in modo attento e toccante della condizione umana e dei nostri eterni tentativi di affrontarla come meglio possiamo, senza la minima retorica e senza mai smettere di essere una divertente storia di mercenari, gladiatori, navi volanti e oggetti magici disfunzionali (e questa, volenti o nolenti, è una qualità rara in qualunque romanzo, indipendentemente dal suo genere).
E la terza è un villain – l’elfo Lastleaf – che non è solo talmente fico a vedersi che ti vien voglia di disegnarlo persino se (come me) non sai neanche da che lato si tiene un pennarello, ma ha anche motivazioni così sensate per il suo agire che, onestamente, spesso è dura non parteggiare per lui. E in quest’epoca di rompiballismo senza fine sulle psicologie dei personaggi, anche quei lettori che ce l’hanno a morte con il “cattivo perché sì” (che invece a me piace, come ho pure spiegato qui due anni fa) magari stavolta se ne andranno a casa pacificati. 

L’anno prossimo uscirà un secondo libro ambientato nello stesso mondo, Bloody Rose, ma avrà personaggi diversi e racconterà un’altra storia, perché Kings of the Wyld è abbondantemente autoconclusivo. La data prevista – leggo on line – è per la fine di aprile. E, con la smania che ho addosso in questo momento, saranno otto mesi davvero lunghi…

Una (perfetta!) fanart di Clay Slowhand


mercoledì 2 agosto 2017

Gli dèi viventi, puntata 6: Il fiore splendente che crea e distrugge


Agli esseri umani il fuoco è sempre piaciuto un casino.
I nostri antenati ne andavano pazzi, in tutti i sensi: il fuoco faceva il vasellame (per la gioia orgasmica degli archeologi di oggi), forgiava i metalli, cuoceva il cibo, illuminava la notte, arrostiva gli eretici, scaldava la caverna, la capanna e il palazzo del re. E, naturalmente, cadeva zigzagando dal cielo, esplodeva fuori dalle montagne, bolliva i fiumi, inceneriva foreste e città e ammazzava le persone a migliaia alla volta. 
Nessun elemento ha mai rappresentato meglio il concetto di trasformazione. Tutti gli elementi trasformano il mondo, ma il fuoco non lo fa con l’esasperante pazienza delle maree, della pioggia, del vento o con l’ancor più impercettibile movimento spontaneo delle placche tettoniche: il fuoco arriva senza avvisare e sconvolge tutto in una notte, in un’ora, in pochi secondi. Certo, anche gli altri elementi possono manifestarsi nelle forme dirompenti di inondazioni, terremoti e uragani, ma il fuoco, se lasciato a se stesso, si manifesta solo in metamorfosi velocissime e incontrollate. Se c’è qualcosa che gli uomini hanno sempre saputo, è che il fuoco è un dio terribile tra gli dèi, le cui dita splendenti creano e distruggono con la stessa facilità. 

Ogni volta che si è trattato di divinizzare il fuoco, gli antichi non hanno avuto dubbi: la sola fiamma che volevano nei loro templi era quella amichevole, utile, addomesticata come un bravo cane di casa. (Per precisa scelta qui parlerò solo degli dèi direttamente relati al fuoco come elemento, non di tutte le divinità che vi si ricollegavano in maniera indiretta tramite il sole, il fulmine, il calore dell’estate o concetti metaforici come il “fuoco dell’ispirazione”: questo mi serve per focalizzare l’argomento del mio discorso, oltre che per non trovarmi a scrivere un intero trattato.)
Efesto
Una carrellata rapidissima ci ricorda subito gli dèi delle forge (Efesto in Grecia, Vulcano a Roma, Svarog tra gli Slavi, Ogun in Africa Occidentale e nei culti afro-caraibici) e le dee – sempre femminili – del focolare domestico (la greca Estia, la romana Vesta con le sue famose sacerdotesse vergini, l’azteca Chantico che, appropriatamente, era anche la dea protettrice delle cose preziose conservate nelle case). In Oriente avevano un amore particolare per gli dei della cucina: quello venerato in Cina, Corea e Vietnam si chiamava Zao Jun, e tra i suoi doveri divini era incluso quello di fare la spia all’Imperatore di Giada (il Signore del Cielo della mitologia cinese) su tutto quel che di buono o cattivo la gente faceva nel privato di casa propria. In Giappone invece il dio dei fornelli era Kojin, indicato esplicitamente come la forma addomesticata di una divinità altrimenti “selvaggia e incontrollabile”. E persino gli antichi romani, con il loro gusto inesauribile per le personificazioni, avevano attribuito ai forni un nume specializzato, la dea Fornace (Fornax), che presiedeva alla panificazione e aveva pure una festa tutta per sé, i Fornacalia, che cadevano il 19 aprile. E siccome erano gente previdente, contro gli incendi cittadini invocavano una dea minore che aveva il compito di arrestare l’avanzata delle fiamme: la Stata Mater, che a volte era indicata come moglie di Vulcano (giustamente) e che proteggeva il corpo dei vigiles, i pompieri dell’antica Roma. 
Agni
Un caso particolare è l’India vedica, dove il dio del fuoco Agni era – ed è tuttora – il messaggero che collegava gli dèi agli uomini e viceversa, in quanto nei fuochi sacri dei tempi si consumavano i sacrifici*. Un altro caso sui generis – che citerò violando il mio proposito di non parlare di dèi del fuoco in senso metaforico – viene dal mondo celtico, dove la dea Brigit (Brigantia in Britannia e in Gallia) presiedeva nello stesso tempo alla metallurgia, ai falò sulle colline che risvegliavano la terra in primavera e al “fuoco nella testa” che afferrava i poeti, il furore dell’ispirazione che talvolta portava alla profezia. 
Il rovescio della medaglia è che il fuoco al suo stato naturale, libero di dilagare dove vuole e consumare quel che gli pare, non era mai una potenza positiva o amica dell’uomo, e veniva molto più facilmente identificato con forze demoniache o anticosmiche che non con divinità propriamente dette. Un esempio per tutti, che ci piace particolarmente in quest’epoca di popolarità dei miti nordici, sono Surtr e i Giganti di Fuoco del Muspelheim, che al tempo del Ragnarök verranno a fare il culo agli Asi e a consumare l’universo con le loro fiamme.

Nel medioevo cristiano il fuoco perse parecchi punti in termini di sacralità positiva, rimanendo confinato ai falò delle feste contadine – sommariamente riassorbite dalla nuova religione – e a liturgie come quella della Candelora (a sua volta probabile trasformazione di riti precedenti)**. Nell’immaginario del periodo lo si associava più facilmente ai frequentissimi incendi (le periferie delle città erano distese di catapecchie di legno), alle pene dell’inferno – e quindi al Diavolo – e a quella loro atroce rappresentazione terrena che erano i roghi dei colpevoli di devianza religiosa: eretici, streghe e stregoni e via dicendo. Forse gli unici ad attribuirgli ancora il divino potere di trasformare il mondo erano, nella prima età moderna, gli alchimisti.
Ma il dio rosso non aveva ancora voglia di spegnersi, e tra le sue resurrezioni storiche non posso non citarne una che mi sta particolarmente a cuore: quella avvenuta nei Caraibi. Se mi seguite, conoscete già l’affetto e la simpatia che provo per i culti sincretici afro-caraibici (vudù, santeria etc.), che rappresentano senza dubbio una delle più vitali forme di religiosità multiculturale del nostro mondo. Or dunque, nel vudù dominicano*** (meno noto al pubblico di quello haitiano, ma non meno ricco o interessante), il veneratissimo Lwa (dio o spirito) del fuoco è chiamato Papà Candelo o Candelo Sedifrè, e il suo santo di riferimento nella liturgia cattolica (in tutti i sincretismi afro-americani gli dèi e i santi cristiani sono la stessa cosa) è… san Carlo Borromeo
Papà Candelo
Proprio lui, l’arcivescovo cinquecentesco di Milano, nato nella stessa città in cui vivo io (Arona, tutt’oggi dominata dalla sua statua alta trenta metri...), alacre riformatore della Chiesa Cattolica e altrettanto alacre bruciatore di protestanti, eretici e praticanti di arti magiche (che oltretutto metteva al rogo con una metodologia sadica per nulla comune alla sua epoca, per assicurarsi che non morissero soffocati dal fumo della pira ma bruciassero vivi per davvero). Figura per la quale, non faticherete a crederci, non ho mai provato nessuna simpatia, ma che meravigliosamente risorge dall’altra parte dell’oceano nelle vesti del benevolo e generoso Candelo, che con la sua pipa consuma i mali e le inimicizie, aiuta chi ha perso il lavoro e, quando possiede i suoi seguaci, li fa danzare sulle fiamme senza bruciarsi e guarire i malati. Insomma, grazie all’eterna dualità del creatore-distruttore, forse posso trovar modo di fare pace persino con il Borromeo. 

E veniamo finalmente al mondo odierno, dove il dio del fiore splendente… se n’è andato in uno sbuffo di fumo. O almeno così sembrerebbe. 
Noi oggi abbiamo contatti assai limitati con il fuoco propriamente detto. Lo accendiamo ogni giorno per cucinare, ma a meno che non ci troviamo in campeggio lo facciamo con un gesto del tutto automatico che produce fiammelle blu da piastre di metallo, a cui non leghiamo la minima sacralità. Contro il buio c’è la luce artificiale, d’inverno ci scaldano i caloriferi e anche chi ha un camino in casa il più delle volte lo accenderà solo perché le fiamme fanno un bell’effetto a vedersi. 

Ma il punto, vedete, è proprio questo: la vista del fuoco vivo ci ipnotizza ancora, irresistibilmente.

Chiunque sia stato davanti a un camino, o meglio ancora di fronte a un falò in spiaggia o tra gli alberi, lo sa bene, quale potere incantatore ha la danza delle fiamme. Ci incatena gli occhi, ci fa pensare a cose remote e selvagge, ci tira fuori quasi a forza la voglia di raccontare storie, o confidenze private, o dichiarazioni che probabilmente non faremmo mai nella luce vivida del sole o sotto quella immobile dei neon. La sua forza su di noi è diventata sottile, non è più – o è solo molto raramente – quella vampa terrificante che conoscevano i nostri avi. Il terribile dio non ci fa più paura, tranne forse quando d’estate divora ettari del nostro patrimonio forestale e ci capita di essere un po’ troppo vicini alla scena anziché seduti ad assistervi in tv. Pensiamo di poter giocare con lui, e infatti lo maneggiamo quasi esclusivamente per divertimento (dimenticandoci spesso di aver coniato proprio l’espressione “scherzare col fuoco” per indicare l’imprudenza).
Ma il dio rosso, a differenza di noi, ha la memoria lunga, e non si accontenta di farci divertire coi colori dei fuochi artificiali. Anche la fiammella in cima a un accendino la si produce per gioco, per un’attività puramente piacevole. Eppure, ci ricorda il mago moderno Raven Kaldera (The Urban Primitive pag. 74, traduzione mia) “…Ogni volta che inali fumo stai invitando gli Spiriti del Fuoco nel tuo corpo. E se non potrai più fare a meno di loro, saranno loro a possederti: un tacito accordo a diventare un giorno il loro sacrificio. Ti daranno in cambio la loro energia, finché non sarai tu a bruciare come un fiammifero”. Vittime umane per le fiamme, insomma, come nei tempi più remoti. Senza nemmeno bisogno di un ingombrante altare di pietra. 
Forse gli unici giochi innocui che ci restano sono quelli fatti con le parole, come quando, nel memorabile sesto episodio di American Gods, il dio Vulcano si aggiorna alla modernità come nume delle armi da fuoco e viene a incarnare lo spirito di una certa America redneck dallo sguardo torvo e dal grilletto facile… Ma quando mai le parole sono state innocue?
Quando si ha a che fare con una delle più grandi forze di creazione e distruzione del nostro mondo, dimenticarne un aspetto significa solo dare all’altro un potere incontrollato. E, non ce ne scordiamo, per distruggere un mondo non c’è alcun bisogno di mandarlo fisicamente in cenere.

Per fortuna non tutto va solo in quella direzione. Ho l’onore e la fortuna di poter chiamare amico un bravissimo giocoliere, il Messer della Brace, che ogni estate porta nelle strade e nelle piazze delle città d’Italia numeri in cui il fuoco diventa sfida, disegno e acrobazia. Chi, come lui, tocca con le proprie mani le fiamme per farne un gioco e un’arte impara prestissimo a rispettare il potere del fiore splendente: a me è bastato tenere in mano uno dei suoi strumenti – una spada infuocata – per avvertirne la tremenda forza traditrice, pronta ad azzannarmi al primo movimento sbagliato. 

Proprio per questo voglio lasciare a lui e alle sue sagge parole la conclusione del mio (troppo lungo) discorso: 

Che sia la scintilla che accende il cuore di giovani fanciulle, o il fuoco che divora le ossa dei vostri nemici, state attenti a cosa chiedete al Messere delle Braci. Lui scruta nei vostri cuori, e ne conosce i desideri più nascosti. Amore, rabbia, paura: lo Spirito della Fiamma Danzante li troverà in voi e se ne nutrirà. Attenti a cosa desiderate, poiché il Messere delle Braci arde in ognuno di voi… Un giorno questo mondo brucerà dello stesso fuoco che arde nei vostri cuori. E io, il Messere delle Braci, non potrò fare altro che alimentarlo. Quale che sia il mondo che desiderate, è dentro di voi, lo state già forgiando. Giorno per giorno. 



* Ruolo che si collega direttamente alla sacralità del fuoco nell’Iran avestico e mazdaico, ma questo aprirebbe tutto un altro fronte di discussione 

** In realtà il discorso sul cristianesimo sarebbe mooolto più ampio di così, ma ho promesso di non scrivere un trattato! Se volete, date un’occhiata a questa breve integrazione del mio saggio amico Dario Monaco

*** Per queste nozioni sono debitore all’impagabile libretto Misterios edito da Il Crogiuolo di Milano, messomi in mano dall’altrettanto impagabile Mauro Ghirimoldi

lunedì 24 luglio 2017

Gocce del mio sangue


Quando ho scritto l’ultimo post prima di questo, nove mesi fa, credevo sinceramente di aver chiuso con questo blog, e ho continuato a crederlo fino a poco tempo fa. Senza malanimo, e per ragioni ben precise: da un lato non avevo abbastanza tempo, e dall’altro avevo cominciato a coltivare il (per nulla celato) timore che la più profonda ragione che mi spingeva a scrivere queste pagine fosse mettermi in mostra.
E, comprendetemi, non mi piace avere questa idea di me stesso.
Invece eccomi qua, con l’intenzione di riaprirlo e provare – ancora una volta – sia ad aggiornarlo con una certa costanza sia a non usarlo per fare la ruota con la coda.
A farmi cambiare idea sono state due cose: la preghiera di una persona che mi è molto cara e un ragionamento che ho fatto da solo. Sulla prima non c’è nulla di particolare da dire; sul secondo ci sarebbe anche troppo.

Il dio distratto...
Faccio un passo indietro. 
Auna decina d’anni fa mi ero appassionato molto a un web comic intitolato Indefensible Positions, un urban fantasy che parlava di divinità incarnate, magia contemporanea, Spiriti metropolitani e filosofia cosmica (insomma tutte le cose che mi piacciono), e ne parlava con proprietà e con una notevole inventiva. L’autore era un misterioso figuro che si firmava Remus Sheperd, del quale ho perso le tracce da anni (se vi dovesse venir voglia di indagare su di lui potete partire dal suo sito, che è ancora on line: se scoprite qualcosa fatemelo sapere!) Disegnava da cani, ma scriveva bene: la sua storia non mi ha più abbandonato, anzi ha ispirato alcuni dettagli dei miei lavori successivi e a volte mi costringe a riflettere ancora oggi.
In particolare, nella parte iniziale della storia c’è una scena che mi ha tormentato per anni. Due entità eternamente nemiche, che rappresentano la Stasi e il Cambiamento (o con più precisione la Sicurezza e l’Incertezza), stanno discutendo della rispettiva influenza sulla razza umana. A un certo punto il secondo (che nella sua vita terrena era stato il generale Lee, non sto scherzando) viene punto sul collo da una zanzara. Il suo avversario lo deride per questo – un dio beccato da una zanzara! – ma lui, tranquillissimo, risponde di non avere alcun problema se frammenti del suo potere gli vengono portati via. 
...e la zanzara atomica
(Btw, bevendo il sangue del dio la zanzara diviene autocosciente e super-intelligente, acquista bizzarri poteri e rimane un adorabile personaggio fino alla fine della storia: certe volte è Spiderman che ha strani effetti sul ragno)

Negli ultimi anni anche io mi sono sentito accusare più volte di “lasciarmi portar via” parti di me. In specifico, le persone che mi vogliono bene mi hanno fatto notare che ho la tendenza a perdere di vista “quel che è importante” per distribuire energia a cose (e persone) che importanti forse non sono.
In altre parole mi dicono che spesso finisco per dedicare tempo, attenzione, pensiero ed energia emotiva a situazioni che dal mio punto di vista “hanno bisogno di me”, ma che in realtà non mi riguardano più che tanto. E chiaramente si tratta di energie che finisco per sottrarre alle cose e alle persone che in teoria le meriterebbero sul serio (perché lo faccio è un’altra questione, che temo abbia a che fare con il fatto che a tutti piace “sentirsi necessari” e che forse mi smaschera come quell’egocentrico che non vorrei essere…)

So che messo in questo modo sembra un problema stupido. Uno trova il suo equilibrio tra generosità e mancanza di cautela e la vita va avanti. Ma nella vita vera raramente le cose sono così semplici, e ogni goccia di sangue che distribuiamo in giro può servire a firmare patti di cui non conosciamo tutte le clausole: la lezione di Faust non si impara mai.

La magia contemporanea e le religioni pagane di oggi hanno un rapporto schizoide con la questione. Da un lato si trova citata spesso (soprattutto nei testi di sciamanesimo) quell’osservazione antropologica secondo la quale presso molti popoli nativi d’America, d’Australia e del Pacifico chi è più ricco può mantenere la sua ricchezza solo donando il più possibile: se doniamo senza riserve le forze che governano l’universo (dèi, spiriti etc.) manterranno stabile la nostra ricchezza o addirittura la moltiplicheranno, se diventiamo avari vedremo svanire in breve tempo la nostra fortuna, in tutti i sensi del termine*.
Il karma propriamente detto vi sembra ancora un concetto semplice?
Dall’altro lato, molte correnti di magia – postmoderne e non – insistono sul non dissipare nemmeno un briciolo di energia in nulla che non sia strettamente funzionale ai nostri scopi, arrivando a certi eccessi come l’idea, cara ad alcuni chaos magicians, secondo cui “nessuno stato della mente deve mai essere sprecato”, ovvero che si dovrebbe infilare un incantesimo dentro qualunque cosa ci passa per la testa o per le mani, pure un’imprecazione se ci cade un libro su un piede.
Più o meno a metà strada si potrebbero appoggiare tutte le credenze pagane relative al karma (nella sua forma prettamente occidentale, ovvero l’idea che “quel che facciamo ci torna indietro”, laddove il concetto originario, nella sua accezione indiana, è una cosa completamente diversa), la più famosa delle quali è la cosiddetta Threefold Law (“Tutto quel che si fa torna indietro moltiplicato per tre”), che l’ignoranza dei media spesso spaccia per una concezione fondamentale della Wicca, quando invece è una credenza piuttosto marginale e – che io sappia – mai ufficializzata da alcuna religione pagana organizzata, fuori o dentro la Wicca.

In mezzo a questo marasma, io col tempo ho finito per decidere che l’impostazione che mi suona di più nasce da una frase che il chaos magician Dave Lee mise per iscritto già negli anni Novanta (la traduzione è mia):
La ricchezza è uno skill, il cui valore è sempre arbitrario e personale. Il denaro è uno Spirito, un elementale; la ricchezza è l’attributo di un dio.
(Dave Lee, Chaotopia!, pag. 27)**
Certo, non è un “documento di libera uscita” che risolve d’un colpo tutti i problemi. Gli Dèi che possiedono l’attributo della Ricchezza possono permettersi di essere infinitamente generosi con la loro energia (e non è affatto detto che lo saranno: i miti traboccano di divinità avide, egocentriche e gelose di quel che è loro). Non a caso anche l’Avatar del Cambiamento di Indefensible Positions è un dio.
Ma né io né voi lo siamo. Le gocce di sangue che distribuiamo sono contate, sempre.

Ma il punto fondamentale per me non è nemmeno questo. Il punto è che, come tutti i mistici da marciapiede, io voglio almeno provare a incarnare una briciola di quelli che sono gli attributi delle forze più grandi di noi. E forse la vera differenza con tutto quello che ho fatto finora, sbagliando molte più volte di quante avrei voluto, è farlo – o almeno provarci – con consapevolezza.
Ecco: anche le poche righe che cercherò di trovare il tempo e la voglia di mettere qui sono, a modo loro, una goccia del mio sangue, spillata volontariamente.
Spero che abbia una buon sapore.



* Non ho mai fatto ricerche per appurare se questo studio sia stato fatto realmente o sia una leggenda metropolitana, ma la sua diffusione nella letteratura a tema è indiscutibile, e lo si ritrova citato anche in testi che parlano di altre forme umane del “donare”, come l’arte o la scrittura (un buon esempio per tutti è The Gift di Lewis Hyde)

** Lo trovate anche nella bibliografia del blog

lunedì 24 ottobre 2016

Una Parola per domarli, una Parola per trovarli...


Ed ecco che dopo due mesi di silenzio (non annunciati, lo so…) la Capanna riapre i battenti. 
Sì, è da agosto che non aggiorno il blog, principalmente per due motivi: il primo è, tanto per cambiare, il tempo libero, che ultimamente ha scarseggiato alquanto (quest’autunno le mie attività extracurricolari – sport, corsi e quant’altro – sono raddoppiate di numero). Il secondo è un po’ più difficile da spiegare. 
Di recente mi è capitato sempre più spesso di tirar fuori, parlando con amici e conoscenti, il mio sospetto di vecchia data che la stragrande maggior parte della comunicazione umana sia finalizzata al solo e unico scopo di manipolarci a vicenda. 
Sulla questione sono già stati versati oceani di inchiostro, che in questa sede non mi interessano. Il mio punto di partenza è molto più banale: un bel po’ di anni fa, ormai, ho letto un libro (che trovate anche nella bibliografia del blog) intitolato Stoned Free: How to Get High Without Drugs, ovvero un manuale – spassosissimo anche al di là dell’uso pratico – sui mille modi per raggiungere stati di coscienza alterata senza assumere sostanze chimiche. 
Tra i suggerimenti del libro ce n’era uno che mi aveva colpito in modo particolare: stare zitti. Decidere volontariamente di non parlare per giorni o anche settimane (se possibile in termini pratici), come un antico monaco votato al silenzio.

Cito direttamente dal libro, pag. 151, in traduzione mia: 
“Anche dopo un giorno soltanto, potreste sentirvi invasi da un senso di estrema soddisfazione. Persa la capacità di manipolare gli altri, perderete anche il bisogno di controllare le cose attorno a voi. […] Potreste sorprendervi a sorridere senza alcuna particolare ragione.”
Queste poche righe mi sono rimaste piantate nel cervello per anni. Finora non ho mai tentato l’esperimento (anche se due anni fa ho vissuto per un breve periodo come ospite in un’abbazia benedettina, dove credo di aver passato almeno un paio di giorni di seguito senza dire una parola), ma sono certo che prima o poi lo farò. Cionondimeno, l’idea della comunicazione come tentativo costante di manipolazione non mi ha più mollato. A volte mi sforzo di farci caso (sempre più spesso, ultimamente), di osservare me stesso mentre parlo e domandarmi perché lo sto facendo: quante volte in un giorno apro bocca per comunicare semplicemente un concetto, e quante invece per tentare di indurre il mio interlocutore a dire, fare, pensare qualcosa da cui io possa trarre un qualche vantaggio?
È un esercizio spiazzante, e qualche volta vorrei non averci mai pensato. 
Scrivere, in quanto forma di comunicazione, rientra nella stessa problematica, che sia scrivere un romanzo o buttar giù un post per Facebook o per un blog. Al di là dell’umano desiderio – legittimo o meno – di fare sentire la propria voce al mondo, che cosa intendo realmente fare quando scrivo “in pubblico”? 
Nel campo io sono – nel bene e nel male – un autodidatta, non ho imparato a scrivere sui manuali o in corsi di scrittura, ma sono consapevole che tutto quel che si insegna in qualunque curriculum finalizzato allo stendere narrativa si riassume in qualcosa di ben preciso: i mezzi pratici migliori (si suppone e si spera) per indurre il lettore a pensare, immaginare, provare emotivamente quel che vuole lo scrittore. Tutte le nozioni sull’argomento, dai suggerimenti più banali tipo “rispettate il punto di vista dei personaggi” ai semi-deliranti discorsi sugli esperimenti che dovrebbero provare la maggiore efficacia neurologica di alcuni stili di scrittura rispetto ad altri, non fanno che puntare a quest’unico scopo. 

Chi si ricorda di Svengali?
Certo, mi direte, scrivere narrativa è tutto un altro paio di maniche rispetto al tentare di “manipolare a chiacchiere” la gente per ottenere qualcosa di concreto. E la mia risposta è: “Solo fino a un certo punto”.
Chiunque scriva lo fa per una o più ragioni, che a seconda della singola persona possono essere sincere verso se stesse o meno, come pure “ammirevoli” o “deplorevoli” se giudicate secondo una griglia morale a vostra scelta. Personalmente, quando mi chiedo da solo “Perché stai scrivendo questa storia?” (o questo articolo, o questo post), in genere mi rispondo “Perché mi sembra che valga la pena raccontarla”. Ma che cosa c’è davvero dietro? La voglia di sentirmi dire “Ma quanto sei bravo”? Il tentativo di convincere qualcuno che ho ragione io, che la mia visione del mondo è quella corretta e le altre sono da buttare? Il semplice gusto di sfoggiare le mie conoscenze, perché i miei lettori possano esclamare “Accidenti quante cose sa Luca Tarenzi!…”? 
Domande cretine, forse. O domande inutili. Resta il fatto che io non riesco a liberarmene con un’alzata di spalle, soprattutto perché mi rendo conto che si trascinano dietro un’ultima domanda ancora più importante (almeno per me): al di là di qualunque ipotetica valutazione morale, in un mondo già così insopportabilmente saccente e pseudo-furbo io voglio essere la persona che mette in atto tutte queste manipolazioni? È questa l’idea che voglio avere di me stesso, davanti allo specchio che mi aspetta in bagno al mattino ancor prima che davanti a chi mi circonda? 

Una risposta per il momento non ce l’ho. Di scrivere non ho smesso: sto finendo la prima stesura di Poison Fairies III proprio in questi giorni, ho altri progetti per l’immediato futuro e, come vedete, sono tornato anche qui sul blog, sebbene i miei dubbi mi abbiano azzittito per due mesi.
Ma certe domande non se ne vanno a dormire insieme a te la sera, e possono paralizzarti non meno di un kanashibari...