lunedì 21 agosto 2017

Heavy Metal Fantasy: il riff da guerra di Kings of the Wyld


Le due “accuse” che mi sento rivolgere più spesso quando parlo in pubblico di libri – a parte quella di non parlarne abbastanza (ma chi mi segue sa benissimo perché non lo faccio) – sono:

1. che parlo troppo spesso di roba in lingua originale, che il 90% delle volte non vedrà mai la luce in Italia (sì, se già non lo sapete, commetto il peccato di leggere soprattutto in inglese) 

2. che “non mi piace il secondary world fantasy”, ossia le storie ambientate interamente in un altro mondo con la mappa all’inizio e via dicendo (a chi mi fa questa seconda “accusa” di solito rispondo con un elenco a torrente di secondary world che amo e ho amato, e vado avanti a elencare finché la persona in questione non si azzittisce). 

Ebbene, stavolta tenterò eroicamente di mettere a tacere tutti parlando (in breve) di un fantasy di ambientazione che più classica non si può, con la sua fottuta mappa all’inizio e i protagonisti armaturati in copertina, e che per una santa volta uscirà in italiano (non so ancora quando ma uscirà per certo, penso sia questione di mesi).

Il romanzo in questione è Kings of the Wyld di Nicholas Eames.



Per la copertina potevano sforzarsi
di più, ma alla fine chissene!
Pubblicato a febbraio di quest’anno, io l’ho letto solo negli ultimi tre giorni, fuori programma nella mia (sempre troppo fitta) schedule di letture, perché Aislinn me lo ha picchiato in mano e mi ha detto “Leggi”.
Sono ancora un po’ frastornato dall’esperienza e non so nemmeno da dove cominciare a parlarne… Facciamo dall’autore, anche se in realtà non ho molto da dire: Nicholas Eames è un giovane scrittore canadese (cioè, mi pare abbastanza giovane dalla foto: non ho trovato da nessuna parte la sua data di nascita) che ha palesemente giocato di ruolo come una belva e ascoltato troppa musica ad alto volume. In pratica è uno come me, ma più bravo, pochi cazzi.  
Kings of the Wyld è il suo primo romanzo, e un esordio così io non lo leggevo letteralmente da anni.

Prendete un tipico mondo fantasy medievale, spaventosamente infestato di mostri usciti per l’80% dai manuali di Dungeons & Dragons terza edizione (e l’autore non lo nasconde proprio, anzi ne fa uno dei suoi punti di forza). Popolatelo di bande mercenarie ammazza-mostri che funzionano esattamente come delle band metal: hanno un frontman, un agente e un nome cazzuto, vanno in tour (ad ammazzare mostri), schiere di fan seguono le loro avventure e i membri dei gruppi più esaltati si pittano pure la faccia. Prendete una di queste bande, i Saga, che ai bei tempi ha massacrato eserciti di nonmorti e ucciso draghi (be’, quasi), salvato bellissime principesse ninfomani e sgominato tetri Signori del Male, in poche parole ha compiuto imprese talmente spesse che il mondo ne sente ancora gli effetti a lungo termine.
E ora fate la conoscenza dei suoi membri vent’anni dopo, quando la banda si è sciolta da una vita e quasi tutti hanno messo su famiglia e pancia, hanno lasciato le armi in soffitta e i capelli sulla spazzola e si sono trovati più o meno un lavoro onesto (tranne il lanciatore di coltelli diventato re, lavoro che di onesto non ha mai avuto nulla).

Finché un giorno il taciturno Clay Slowhand, “gigante buono” di mezz’età che passa le giornate a far la guardia a mura di paese che nessuno attacca mai e a praticare l’arte del rimugino con passione da pensionato, si ritrova sulla porta di casa l’amico Golden Gabe, ex capo dei Saga, distrutto e in lacrime. Sua figlia ormai adolescente, contro il buon senso e i consigli paterni, ha voluto diventare a sua volta una mercenaria (che si dice sempre dei figli delle rockstar?…), è scappata di casa e ora si trova chiusa in una città all’altro capo del continente, assediata dall’orda di mostri più vasta e più incazzata che quest’era del mondo abbia mai visto. E qualcuno deve fare qualcosa, no? 
Nicholas Eames
E dunque via che si parte a rimettere insieme la vecchia banda, rintracciando in giro per il mondo Moog il mago (che già ci stava poco con la testa da giovane, figurarsi adesso), Matrick il ladro (che ora porta una scomoda corona e ha una situazione coniugale alquanto complicata) e Ganelon l’uomo-nato-per-uccidere (che è andato incontro al… duro destino di chi vive in casa di una Gorgone). E questa ovviamente è la parte più facile, perché tra i Saga e la figlia di Gabe non ci sono solo i duemila chilometri di foresta piena di mostri (l’Heartwyld) da cui la banda da giovane ha preso il nomignolo che fa da titolo al libro, ma anche – e soprattutto – un esercito di acciacchi dell’età e dell’anima, di rimorsi e di rimpianti, di invidie e di vendette, di sovrani immortali, di mogli inferocite e di devastanti, inesorabili confronti tra il presente e un passato che non tornerà mai più.

Se tutte queste ragioni non vi bastano per prendere in mano Kings of the Wyld (adesso o quando sarà fuori in italiano), ve ne do altre tre. La prima è la straordinaria capacità di Eames di passare da un registro narrativo all’altro, da cui esce un libro che ti fa sghignazzare ad alta voce a una pagina e azzittirti col groppo in gola alla pagina successiva.
La seconda è che si tratta di un libro intelligente, che dietro a una ritmata, divertente storia di mercenari imbolsiti, gladiatori da strapazzo, navi volanti e oggetti magici disfunzionali parla in modo attento e toccante della condizione umana e dei nostri eterni tentativi di affrontarla come meglio possiamo, senza la minima retorica e senza mai smettere di essere una divertente storia di mercenari, gladiatori, navi volanti e oggetti magici disfunzionali (e questa, volenti o nolenti, è una qualità rara in qualunque romanzo, indipendentemente dal suo genere).
E la terza è un villain – l’elfo Lastleaf – che non è solo talmente fico a vedersi che ti vien voglia di disegnarlo persino se (come me) non sai neanche da che lato si tiene un pennarello, ma ha anche motivazioni così sensate per il suo agire che, onestamente, spesso è dura non parteggiare per lui. E in quest’epoca di rompiballismo senza fine sulle psicologie dei personaggi, anche quei lettori che ce l’hanno a morte con il “cattivo perché sì” (che invece a me piace, come ho pure spiegato qui due anni fa) magari stavolta se ne andranno a casa pacificati. 

L’anno prossimo uscirà un secondo libro ambientato nello stesso mondo, Bloody Rose, ma avrà personaggi diversi e racconterà un’altra storia, perché Kings of the Wyld è abbondantemente autoconclusivo. La data prevista – leggo on line – è per la fine di aprile. E, con la smania che ho addosso in questo momento, saranno otto mesi davvero lunghi…

Una (perfetta!) fanart di Clay Slowhand


mercoledì 2 agosto 2017

Gli dèi viventi, puntata 6: Il fiore splendente che crea e distrugge


Agli esseri umani il fuoco è sempre piaciuto un casino.
I nostri antenati ne andavano pazzi, in tutti i sensi: il fuoco faceva il vasellame (per la gioia orgasmica degli archeologi di oggi), forgiava i metalli, cuoceva il cibo, illuminava la notte, arrostiva gli eretici, scaldava la caverna, la capanna e il palazzo del re. E, naturalmente, cadeva zigzagando dal cielo, esplodeva fuori dalle montagne, bolliva i fiumi, inceneriva foreste e città e ammazzava le persone a migliaia alla volta. 
Nessun elemento ha mai rappresentato meglio il concetto di trasformazione. Tutti gli elementi trasformano il mondo, ma il fuoco non lo fa con l’esasperante pazienza delle maree, della pioggia, del vento o con l’ancor più impercettibile movimento spontaneo delle placche tettoniche: il fuoco arriva senza avvisare e sconvolge tutto in una notte, in un’ora, in pochi secondi. Certo, anche gli altri elementi possono manifestarsi nelle forme dirompenti di inondazioni, terremoti e uragani, ma il fuoco, se lasciato a se stesso, si manifesta solo in metamorfosi velocissime e incontrollate. Se c’è qualcosa che gli uomini hanno sempre saputo, è che il fuoco è un dio terribile tra gli dèi, le cui dita splendenti creano e distruggono con la stessa facilità. 

Ogni volta che si è trattato di divinizzare il fuoco, gli antichi non hanno avuto dubbi: la sola fiamma che volevano nei loro templi era quella amichevole, utile, addomesticata come un bravo cane di casa. (Per precisa scelta qui parlerò solo degli dèi direttamente relati al fuoco come elemento, non di tutte le divinità che vi si ricollegavano in maniera indiretta tramite il sole, il fulmine, il calore dell’estate o concetti metaforici come il “fuoco dell’ispirazione”: questo mi serve per focalizzare l’argomento del mio discorso, oltre che per non trovarmi a scrivere un intero trattato.)
Efesto
Una carrellata rapidissima ci ricorda subito gli dèi delle forge (Efesto in Grecia, Vulcano a Roma, Svarog tra gli Slavi, Ogun in Africa Occidentale e nei culti afro-caraibici) e le dee – sempre femminili – del focolare domestico (la greca Estia, la romana Vesta con le sue famose sacerdotesse vergini, l’azteca Chantico che, appropriatamente, era anche la dea protettrice delle cose preziose conservate nelle case). In Oriente avevano un amore particolare per gli dei della cucina: quello venerato in Cina, Corea e Vietnam si chiamava Zao Jun, e tra i suoi doveri divini era incluso quello di fare la spia all’Imperatore di Giada (il Signore del Cielo della mitologia cinese) su tutto quel che di buono o cattivo la gente faceva nel privato di casa propria. In Giappone invece il dio dei fornelli era Kojin, indicato esplicitamente come la forma addomesticata di una divinità altrimenti “selvaggia e incontrollabile”. E persino gli antichi romani, con il loro gusto inesauribile per le personificazioni, avevano attribuito ai forni un nume specializzato, la dea Fornace (Fornax), che presiedeva alla panificazione e aveva pure una festa tutta per sé, i Fornacalia, che cadevano il 19 aprile. E siccome erano gente previdente, contro gli incendi cittadini invocavano una dea minore che aveva il compito di arrestare l’avanzata delle fiamme: la Stata Mater, che a volte era indicata come moglie di Vulcano (giustamente) e che proteggeva il corpo dei vigiles, i pompieri dell’antica Roma. 
Agni
Un caso particolare è l’India vedica, dove il dio del fuoco Agni era – ed è tuttora – il messaggero che collegava gli dèi agli uomini e viceversa, in quanto nei fuochi sacri dei tempi si consumavano i sacrifici*. Un altro caso sui generis – che citerò violando il mio proposito di non parlare di dèi del fuoco in senso metaforico – viene dal mondo celtico, dove la dea Brigit (Brigantia in Britannia e in Gallia) presiedeva nello stesso tempo alla metallurgia, ai falò sulle colline che risvegliavano la terra in primavera e al “fuoco nella testa” che afferrava i poeti, il furore dell’ispirazione che talvolta portava alla profezia. 
Il rovescio della medaglia è che il fuoco al suo stato naturale, libero di dilagare dove vuole e consumare quel che gli pare, non era mai una potenza positiva o amica dell’uomo, e veniva molto più facilmente identificato con forze demoniache o anticosmiche che non con divinità propriamente dette. Un esempio per tutti, che ci piace particolarmente in quest’epoca di polarità dei miti nordici, sono Surtr e i Giganti di Fuoco del Muspelheim, che al tempo del Ragnarök verranno a fare il culo agli Asi e a consumare l’universo con le loro fiamme.

Nel medioevo cristiano il fuoco perse parecchi punti in termini di sacralità positiva, rimanendo confinato ai falò delle feste contadine – sommariamente riassorbite dalla nuova religione – e a liturgie come quella della Candelora (a sua volta probabile trasformazione di riti precedenti)**. Nell’immaginario del periodo lo si associava più facilmente ai frequentissimi incendi (le periferie delle città erano distese di catapecchie di legno), alle pene dell’inferno – e quindi al Diavolo – e a quella loro atroce rappresentazione terrena che erano i roghi dei colpevoli di devianza religiosa: eretici, streghe e stregoni e via dicendo. Forse gli unici ad attribuirgli ancora il divino potere di trasformare il mondo erano, nella prima età moderna, gli alchimisti.
Ma il dio rosso non aveva ancora voglia di spegnersi, e tra le sue resurrezioni storiche non posso non citarne una che mi sta particolarmente a cuore: quella avvenuta nei Caraibi. Se mi seguite, conoscete già l’affetto e la simpatia che provo per i culti sincretici afro-caraibici (vudù, santeria etc.), che rappresentano senza dubbio una delle più vitali forme di religiosità multiculturale del nostro mondo. Or dunque, nel vudù dominicano*** (meno noto al pubblico di quello haitiano, ma non meno ricco o interessante), il veneratissimo Lwa (dio o spirito) del fuoco è chiamato Papà Candelo o Candelo Sedifrè, e il suo santo di riferimento nella liturgia cattolica (in tutti i sincretismi afro-americani gli dèi e i santi cristiani sono la stessa cosa) è… san Carlo Borromeo
Papà Candelo
Proprio lui, l’arcivescovo cinquecentesco di Milano, nato nella stessa città in cui vivo io (Arona, tutt’oggi dominata dalla sua statua alta trenta metri...), alacre riformatore della Chiesa Cattolica e altrettanto alacre bruciatore di protestanti, eretici e praticanti di arti magiche (che oltretutto metteva al rogo con una metodologia sadica per nulla comune alla sua epoca, per assicurarsi che non morissero soffocati dal fumo della pira ma bruciassero vivi per davvero). Figura per la quale, non faticherete a crederci, non ho mai provato nessuna simpatia, ma che meravigliosamente risorge dall’altra parte dell’oceano nelle vesti del benevolo e generoso Candelo, che con la sua pipa consuma i mali e le inimicizie, aiuta chi ha perso il lavoro e, quando possiede i suoi seguaci, li fa camminare e danzare sulle fiamme senza bruciarsi. Insomma, grazie all’eterna dualità del creatore-distruttore, forse posso trovar modo di fare pace persino con il Borromeo. 

E veniamo finalmente al mondo odierno, dove il dio del fiore splendente… se n’è andato in uno sbuffo di fumo. O almeno così sembrerebbe. 
Noi oggi abbiamo contatti assai limitati con il fuoco propriamente detto. Lo accendiamo ogni giorno per cucinare, ma a meno che non ci troviamo in campeggio lo facciamo con un gesto del tutto automatico che produce fiammelle blu da piastre di metallo, a cui non leghiamo la minima sacralità. Contro il buio c’è la luce artificiale, d’inverno ci scaldano i caloriferi e anche chi ha un camino in casa il più delle volte lo accenderà solo perché le fiamme fanno un bell’effetto a vedersi. 

Ma il punto, vedete, è proprio questo: la vista del fuoco vivo ci ipnotizza ancora, irresistibilmente.

Chiunque sia stato davanti a un camino, o meglio ancora di fronte a un falò in spiaggia o tra gli alberi, lo sa bene, quale potere incantatore ha la danza delle fiamme. Ci incatena gli occhi, ci fa pensare a cose remote e selvagge, ci tira fuori quasi a forza la voglia di raccontare storie, o confidenze private, o dichiarazioni che probabilmente non faremmo mai nella luce vivida del sole o sotto quella immobile dei neon. La sua forza su di noi è diventata sottile, non è più – o è solo molto raramente – quella vampa terrificante che conoscevano i nostri avi. Il terribile dio non ci fa più paura, tranne forse quando d’estate divora ettari del nostro patrimonio forestale e ci capita di essere un po’ troppo vicini alla scena anziché seduti ad assistervi in tv. Pensiamo di poter giocare con lui, e infatti lo maneggiamo quasi esclusivamente per divertimento (dimenticandoci spesso di aver coniato proprio l’espressione “scherzare col fuoco” per indicare l’imprudenza).
Ma il dio rosso, a differenza di noi, ha la memoria lunga, e non si accontenta di farci divertire coi colori dei fuochi artificiali. Anche la fiammella in cima a un accendino la si produce per gioco, per un’attività puramente piacevole. Eppure, ci ricorda il mago moderno Raven Kaldera (The Urban Primitive pag. 74, traduzione mia) “…Ogni volta che inali fumo stai invitando gli Spiriti del Fuoco nel tuo corpo. E se non potrai più fare a meno di loro, saranno loro a possederti: un tacito accordo a diventare un giorno il loro sacrificio. Ti daranno in cambio la loro energia, finché non sarai tu a bruciare come un fiammifero”. Vittime umane per le fiamme, insomma, come nei tempi più remoti. Senza nemmeno bisogno di un ingombrante altare di pietra. 
Forse gli unici giochi innocui che ci restano sono quelli fatti con le parole, come quando, nel memorabile sesto episodio di American Gods, il dio Vulcano si aggiorna alla modernità come nume delle armi da fuoco e viene a incarnare lo spirito di una certa America redneck dallo sguardo torvo e dal grilletto facile… Ma quando mai le parole sono state innocue?
Quando si ha a che fare con una delle più grandi forze di creazione e distruzione del nostro mondo, dimenticarne un aspetto significa solo dare all’altro un potere incontrollato. E, non ce ne scordiamo, per distruggere un mondo non c’è alcun bisogno di mandarlo fisicamente in cenere.

Per fortuna non tutto va solo in quella direzione. Ho l’onore e la fortuna di poter chiamare amico un bravissimo giocoliere, il Messer della Brace, che ogni estate porta nelle strade e nelle piazze delle città d’Italia numeri in cui il fuoco diventa sfida, disegno e acrobazia. Chi, come lui, tocca con le proprie mani le fiamme per farne un gioco e un’arte impara prestissimo a rispettare il potere del fiore splendente: a me è bastato tenere in mano uno dei suoi strumenti – una spada infuocata – per avvertirne la tremenda forza traditrice, pronta ad azzannarmi al primo movimento sbagliato. 

Proprio per questo voglio lasciare a lui e alle sue sagge parole la conclusione del mio (troppo lungo) discorso: 

Che sia la scintilla che accende il cuore di giovani fanciulle, o il fuoco che divora le ossa dei vostri nemici, state attenti a cosa chiedete al Messere delle Braci. Lui scruta nei vostri cuori, e ne conosce i desideri più nascosti. Amore, rabbia, paura: lo Spirito della Fiamma Danzante li troverà in voi e se ne nutrirà. Attenti a cosa desiderate, poiché il Messere delle Braci arde in ognuno di voi… Un giorno questo mondo brucerà dello stesso fuoco che arde nei vostri cuori. E io, il Messere delle Braci, non potrò fare altro che alimentarlo. Quale che sia il mondo che desiderate, è dentro di voi, lo state già forgiando. Giorno per giorno. 



* Ruolo che si collega direttamente alla sacralità del fuoco nell’Iran avestico e mazdaico, ma questo aprirebbe tutto un altro fronte di discussione 

** In realtà il discorso sul cristianesimo sarebbe mooolto più ampio di così, ma ho promesso di non scrivere un trattato! Se volete, date un’occhiata a questa breve integrazione del mio saggio amico Dario Monaco

*** Per queste nozioni sono debitore all’impagabile libretto Misterios edito da Il Crogiuolo di Milano, messomi in mano dall’altrettanto impagabile Mauro Ghirimoldi

lunedì 24 luglio 2017

Gocce del mio sangue


Quando ho scritto l’ultimo post prima di questo, nove mesi fa, credevo sinceramente di aver chiuso con questo blog, e ho continuato a crederlo fino a poco tempo fa. Senza malanimo, e per ragioni ben precise: da un lato non avevo abbastanza tempo, e dall’altro avevo cominciato a coltivare il (per nulla celato) timore che la più profonda ragione che mi spingeva a scrivere queste pagine fosse mettermi in mostra.
E, comprendetemi, non mi piace avere questa idea di me stesso.
Invece eccomi qua, con l’intenzione di riaprirlo e provare – ancora una volta – sia ad aggiornarlo con una certa costanza sia a non usarlo per fare la ruota con la coda.
A farmi cambiare idea sono state due cose: la preghiera di una persona che mi è molto cara e un ragionamento che ho fatto da solo. Sulla prima non c’è nulla di particolare da dire; sul secondo ci sarebbe anche troppo.

Il dio distratto...
Faccio un passo indietro. 
Auna decina d’anni fa mi ero appassionato molto a un web comic intitolato Indefensible Positions, un urban fantasy che parlava di divinità incarnate, magia contemporanea, Spiriti metropolitani e filosofia cosmica (insomma tutte le cose che mi piacciono), e ne parlava con proprietà e con una notevole inventiva. L’autore era un misterioso figuro che si firmava Remus Sheperd, del quale ho perso le tracce da anni (se vi dovesse venir voglia di indagare su di lui potete partire dal suo sito, che è ancora on line: se scoprite qualcosa fatemelo sapere!) Disegnava da cani, ma scriveva bene: la sua storia non mi ha più abbandonato, anzi ha ispirato alcuni dettagli dei miei lavori successivi e a volte mi costringe a riflettere ancora oggi.
In particolare, nella parte iniziale della storia c’è una scena che mi ha tormentato per anni. Due entità eternamente nemiche, che rappresentano la Stasi e il Cambiamento (o con più precisione la Sicurezza e l’Incertezza), stanno discutendo della rispettiva influenza sulla razza umana. A un certo punto il secondo (che nella sua vita terrena era stato il generale Lee, non sto scherzando) viene punto sul collo da una zanzara. Il suo avversario lo deride per questo – un dio beccato da una zanzara! – ma lui, tranquillissimo, risponde di non avere alcun problema se frammenti del suo potere gli vengono portati via. 
...e la zanzara atomica
(Btw, bevendo il sangue del dio la zanzara diviene autocosciente e super-intelligente, acquista bizzarri poteri e rimane un adorabile personaggio fino alla fine della storia: certe volte è Spiderman che ha strani effetti sul ragno)

Negli ultimi anni anche io mi sono sentito accusare più volte di “lasciarmi portar via” parti di me. In specifico, le persone che mi vogliono bene mi hanno fatto notare che ho la tendenza a perdere di vista “quel che è importante” per distribuire energia a cose (e persone) che importanti forse non sono.
In altre parole mi dicono che spesso finisco per dedicare tempo, attenzione, pensiero ed energia emotiva a situazioni che dal mio punto di vista “hanno bisogno di me”, ma che in realtà non mi riguardano più che tanto. E chiaramente si tratta di energie che finisco per sottrarre alle cose e alle persone che in teoria le meriterebbero sul serio (perché lo faccio è un’altra questione, che temo abbia a che fare con il fatto che a tutti piace “sentirsi necessari” e che forse mi smaschera come quell’egocentrico che non vorrei essere…)

So che messo in questo modo sembra un problema stupido. Uno trova il suo equilibrio tra generosità e mancanza di cautela e la vita va avanti. Ma nella vita vera raramente le cose sono così semplici, e ogni goccia di sangue che distribuiamo in giro può servire a firmare patti di cui non conosciamo tutte le clausole: la lezione di Faust non si impara mai.

La magia contemporanea e le religioni pagane di oggi hanno un rapporto schizoide con la questione. Da un lato si trova citata spesso (soprattutto nei testi di sciamanesimo) quell’osservazione antropologica secondo la quale presso molti popoli nativi d’America, d’Australia e del Pacifico chi è più ricco può mantenere la sua ricchezza solo donando il più possibile: se doniamo senza riserve le forze che governano l’universo (dèi, spiriti etc.) manterranno stabile la nostra ricchezza o addirittura la moltiplicheranno, se diventiamo avari vedremo svanire in breve tempo la nostra fortuna, in tutti i sensi del termine*.
Il karma propriamente detto vi sembra ancora un concetto semplice?
Dall’altro lato, molte correnti di magia – postmoderne e non – insistono sul non dissipare nemmeno un briciolo di energia in nulla che non sia strettamente funzionale ai nostri scopi, arrivando a certi eccessi come l’idea, cara ad alcuni chaos magicians, secondo cui “nessuno stato della mente deve mai essere sprecato”, ovvero che si dovrebbe infilare un incantesimo dentro qualunque cosa ci passa per la testa o per le mani, pure un’imprecazione se ci cade un libro su un piede.
Più o meno a metà strada si potrebbero appoggiare tutte le credenze pagane relative al karma (nella sua forma prettamente occidentale, ovvero l’idea che “quel che facciamo ci torna indietro”, laddove il concetto originario, nella sua accezione indiana, è una cosa completamente diversa), la più famosa delle quali è la cosiddetta Threefold Law (“Tutto quel che si fa torna indietro moltiplicato per tre”), che l’ignoranza dei media spesso spaccia per una concezione fondamentale della Wicca, quando invece è una credenza piuttosto marginale e – che io sappia – mai ufficializzata da alcuna religione pagana organizzata, fuori o dentro la Wicca.

In mezzo a questo marasma, io col tempo ho finito per decidere che l’impostazione che mi suona di più nasce da una frase che il chaos magician Dave Lee mise per iscritto già negli anni Novanta (la traduzione è mia):
La ricchezza è uno skill, il cui valore è sempre arbitrario e personale. Il denaro è uno Spirito, un elementale; la ricchezza è l’attributo di un dio.
(Dave Lee, Chaotopia!, pag. 27)**
Certo, non è un “documento di libera uscita” che risolve d’un colpo tutti i problemi. Gli Dèi che possiedono l’attributo della Ricchezza possono permettersi di essere infinitamente generosi con la loro energia (e non è affatto detto che lo saranno: i miti traboccano di divinità avide, egocentriche e gelose di quel che è loro). Non a caso anche l’Avatar del Cambiamento di Indefensible Positions è un dio.
Ma né io né voi lo siamo. Le gocce di sangue che distribuiamo sono contate, sempre.

Ma il punto fondamentale per me non è nemmeno questo. Il punto è che, come tutti i mistici da marciapiede, io voglio almeno provare a incarnare una briciola di quelli che sono gli attributi delle forze più grandi di noi. E forse la vera differenza con tutto quello che ho fatto finora, sbagliando molte più volte di quante avrei voluto, è farlo – o almeno provarci – con consapevolezza.
Ecco: anche le poche righe che cercherò di trovare il tempo e la voglia di mettere qui sono, a modo loro, una goccia del mio sangue, spillata volontariamente.
Spero che abbia una buon sapore.



* Non ho mai fatto ricerche per appurare se questo studio sia stato fatto realmente o sia una leggenda metropolitana, ma la sua diffusione nella letteratura a tema è indiscutibile, e lo si ritrova citato anche in testi che parlano di altre forme umane del “donare”, come l’arte o la scrittura (un buon esempio per tutti è The Gift di Lewis Hyde)

** Lo trovate anche nella bibliografia del blog

lunedì 24 ottobre 2016

Una Parola per domarli, una Parola per trovarli...


Ed ecco che dopo due mesi di silenzio (non annunciati, lo so…) la Capanna riapre i battenti. 
Sì, è da agosto che non aggiorno il blog, principalmente per due motivi: il primo è, tanto per cambiare, il tempo libero, che ultimamente ha scarseggiato alquanto (quest’autunno le mie attività extracurricolari – sport, corsi e quant’altro – sono raddoppiate di numero). Il secondo è un po’ più difficile da spiegare. 
Di recente mi è capitato sempre più spesso di tirar fuori, parlando con amici e conoscenti, il mio sospetto di vecchia data che la stragrande maggior parte della comunicazione umana sia finalizzata al solo e unico scopo di manipolarci a vicenda. 
Sulla questione sono già stati versati oceani di inchiostro, che in questa sede non mi interessano. Il mio punto di partenza è molto più banale: un bel po’ di anni fa, ormai, ho letto un libro (che trovate anche nella bibliografia del blog) intitolato Stoned Free: How to Get High Without Drugs, ovvero un manuale – spassosissimo anche al di là dell’uso pratico – sui mille modi per raggiungere stati di coscienza alterata senza assumere sostanze chimiche. 
Tra i suggerimenti del libro ce n’era uno che mi aveva colpito in modo particolare: stare zitti. Decidere volontariamente di non parlare per giorni o anche settimane (se possibile in termini pratici), come un antico monaco votato al silenzio.

Cito direttamente dal libro, pag. 151, in traduzione mia: 
“Anche dopo un giorno soltanto, potreste sentirvi invasi da un senso di estrema soddisfazione. Persa la capacità di manipolare gli altri, perderete anche il bisogno di controllare le cose attorno a voi. […] Potreste sorprendervi a sorridere senza alcuna particolare ragione.”
Queste poche righe mi sono rimaste piantate nel cervello per anni. Finora non ho mai tentato l’esperimento (anche se due anni fa ho vissuto per un breve periodo come ospite in un’abbazia benedettina, dove credo di aver passato almeno un paio di giorni di seguito senza dire una parola), ma sono certo che prima o poi lo farò. Cionondimeno, l’idea della comunicazione come tentativo costante di manipolazione non mi ha più mollato. A volte mi sforzo di farci caso (sempre più spesso, ultimamente), di osservare me stesso mentre parlo e domandarmi perché lo sto facendo: quante volte in un giorno apro bocca per comunicare semplicemente un concetto, e quante invece per tentare di indurre il mio interlocutore a dire, fare, pensare qualcosa da cui io possa trarre un qualche vantaggio?
È un esercizio spiazzante, e qualche volta vorrei non averci mai pensato. 
Scrivere, in quanto forma di comunicazione, rientra nella stessa problematica, che sia scrivere un romanzo o buttar giù un post per Facebook o per un blog. Al di là dell’umano desiderio – legittimo o meno – di fare sentire la propria voce al mondo, che cosa intendo realmente fare quando scrivo “in pubblico”? 
Nel campo io sono – nel bene e nel male – un autodidatta, non ho imparato a scrivere sui manuali o in corsi di scrittura, ma sono consapevole che tutto quel che si insegna in qualunque curriculum finalizzato allo stendere narrativa si riassume in qualcosa di ben preciso: i mezzi pratici migliori (si suppone e si spera) per indurre il lettore a pensare, immaginare, provare emotivamente quel che vuole lo scrittore. Tutte le nozioni sull’argomento, dai suggerimenti più banali tipo “rispettate il punto di vista dei personaggi” ai semi-deliranti discorsi sugli esperimenti che dovrebbero provare la maggiore efficacia neurologica di alcuni stili di scrittura rispetto ad altri, non fanno che puntare a quest’unico scopo. 

Chi si ricorda di Svengali?
Certo, mi direte, scrivere narrativa è tutto un altro paio di maniche rispetto al tentare di “manipolare a chiacchiere” la gente per ottenere qualcosa di concreto. E la mia risposta è: “Solo fino a un certo punto”.
Chiunque scriva lo fa per una o più ragioni, che a seconda della singola persona possono essere sincere verso se stesse o meno, come pure “ammirevoli” o “deplorevoli” se giudicate secondo una griglia morale a vostra scelta. Personalmente, quando mi chiedo da solo “Perché stai scrivendo questa storia?” (o questo articolo, o questo post), in genere mi rispondo “Perché mi sembra che valga la pena raccontarla”. Ma che cosa c’è davvero dietro? La voglia di sentirmi dire “Ma quanto sei bravo”? Il tentativo di convincere qualcuno che ho ragione io, che la mia visione del mondo è quella corretta e le altre sono da buttare? Il semplice gusto di sfoggiare le mie conoscenze, perché i miei lettori possano esclamare “Accidenti quante cose sa Luca Tarenzi!…”? 
Domande cretine, forse. O domande inutili. Resta il fatto che io non riesco a liberarmene con un’alzata di spalle, soprattutto perché mi rendo conto che si trascinano dietro un’ultima domanda ancora più importante (almeno per me): al di là di qualunque ipotetica valutazione morale, in un mondo già così insopportabilmente saccente e pseudo-furbo io voglio essere la persona che mette in atto tutte queste manipolazioni? È questa l’idea che voglio avere di me stesso, davanti allo specchio che mi aspetta in bagno al mattino ancor prima che davanti a chi mi circonda? 

Una risposta per il momento non ce l’ho. Di scrivere non ho smesso: sto finendo la prima stesura di Poison Fairies III proprio in questi giorni, ho altri progetti per l’immediato futuro e, come vedete, sono tornato anche qui sul blog, sebbene i miei dubbi mi abbiano azzittito per due mesi.
Ma certe domande non se ne vanno a dormire insieme a te la sera, e possono paralizzarti non meno di un kanashibari...

mercoledì 24 agosto 2016

Un anno in Capanna




Ecco un tipico partecipante al Castlefest.
Il tizio con le corna in primo piano,
invece, non so chi sia
Ho aperto questo blog proprio un anno fa, il 24 agosto 2015. 
Da allora sono passati 365 giorni, 30 post (escluso questo che state leggendo) e un certo quantitativo di vita, che a volte mi sembra tragicamente troppo e altre volte tragicamente troppo poco. 
Sono abbastanza soddisfatto dei miei post anche se avrei voluto riuscire a scriverne di più. Ma mi sono reso conto che per pubblicare solo cose che abbiano un minimo di senso e di potenziale interesse, anziché “scrittura web” buona solo per acchiappare un tot di visite ogni giorno… be’, serve tempo. Più di quanto pensavo di averne. 
In ogni caso non intendo fare bilanci sul blog (a voler ben vedere ne ho già fatti qui il Natale scorso), ma ho deciso di condividerne qualcuno sulla mia vita in generale. Quindi, se dell’argomento non vi frega niente, è meglio se skippate oltre! 

Riflessione n. 1 
Non sono stanco. Non so se lo avete notato anche voi, ma “sono stanco di questo”, “sono stufo di quest’altro”, “non ne posso più di quest’altro ancora” e affini sono tra le frasi più comuni che si leggono in qualunque conversazione on line. Io ho deciso che non sono stanco. Che le cose che non mi vanno nel mondo o nella mia vita non sono un buon argomento di conversazione. Che, se devo parlare, mi piace molto di più farlo delle cose che NON mi irritano, NON mi hanno stufato, NON vorrei veder sparire dalla faccia della Terra. In altre parole, mi piace parlare di cose fighe. E scusatemi è se non è trendy. 

Riflessione n. 2  
I want to get real.
All’apertura di ogni concerto degli Omnia (che se non lo sapete sono la mia folk band preferita) il loro frontman, il cantante-compositore-stregone-archeomusicista Steve “Sic” Evans, si rivolge sempre al pubblico con una frase che suona più o meno “This is real music for real people, we are real players, these are real instruments, we are really here and so are you!” E questo per me è diventato una specie di mantra: qualunque cosa faccio ora, voglio che sia qualcosa di vero per persone vere, me stesso in primis. Vera magia, vere amicizie, vere emozioni, veri viaggi, veri libri per veri lettori. Io voglio esserci dentro fino al collo, e voglio che ci siate dentro voi, sempre. Per un mondo di plastica non c’è più posto, non c’è più tempo e soprattutto non c’è più nessun interesse. 

Riflessione n. 3
Dopo attenta riflessione e svariati congressi di dibattito con nessuno, sono arrivato alla banale conclusione che Facebook mi piace, e non è un’invenzione degli Dèi del Male. Per me che lavoro buona parte della giornata al pc, Facebook è niente di più e niente di meno che la possibilità di lavorare in una sorta di immenso open space virtuale in cui lavorano con me tutti i miei amici. In un open space reale ci si parla da una scrivania all’altra, si esce a fumare insieme, ci si incontra alla macchinetta del caffè: allo stesso modo con Facebook io posso far pausa ogni volta che posso/voglio e chiacchierare con amici che magari stanno dall’altra parte dell’oceano ma sono comunque “lì con me”, a rendere meno pesante la mia giornata di lavoro (e io a rendere meno pesante la loro, spero…) Non so a voi, ma a me non sembra poco. 
Un ufficio dove ALCUNI vorrebbero lavorare...
Semmai – altra constatazione banale – quel che NON si deve fare è usare Facebook per le cose alle quali non serve, o peggio nelle quali è dannoso. In questo senso, per me è importantissimo avere nel mio spazio solo persone con le quali VOGLIO avere a che fare. 
Ci ho messo un po’ a capirlo, perché quando ho aperto il mio profilo nel 2013 l’ho fatto anche perché stava per uscire il mio Godbreaker e le prenotazioni in libreria erano tristemente basse, problema al quale speravo di porre un po’ di rimedio rendendomi più visibile on line.
Con il tempo, avendo finalmente capito che di vendere i miei libri non me ne frega granché, e anzi sono potentemente avverso all’idea di auto-pubblicizzarmi, ho cominciato – prima inconsciamente, poi con piena intenzione – a trasformare il mio profilo da spazio pubblico in cui accettavo più o meno tutti a spazio privato in cui può entrare solo chi dico io (il che non significa che non ci siano anche miei lettori, ma sono tutte persone che ho piacere di “frequentare”, con ovvio e inalienabile diritto di recesso da entrambe le parti). L’opera di selezione è ancora in corso e ci sono elementi che devono ancora essere eliminati, ma un passo per volta. 

Riflessione n. 4
Non ho più molta voglia di cose facili. Non so, sarà l’età, ma in questa fase della mia vita mi scopro sempre più spesso a desiderare sfide più impegnative, a qualunque livello: argomenti più difficili da studiare, discipline fisiche più difficili da padroneggiare, viaggi più difficili da portare a termine, libri più difficili da leggere e libri più difficili da scrivere. Voglio credere davanti a me stesso di essermi upgradato al di là della facilità.

Riflessione n. 5
La scena dell’occultismo italiano (se di “scena” si può parlare in un paese come il nostro) oggi è un disastro di proporzioni bibliche, ancora peggio di quel che ricordavo una decina d’anni fa. Per cui non me ne vogliate, vi prego, se continuo a non frequentarla e sono fermamente intenzionato a non farlo in futuro. 

Riflessione n. 6
Collegandomi alla riflessione precedente, tento di rispondere una volta per tutte a una richiesta che mi viene fatta con una certa regolarità: IO NON PRENDO ALLIEVI. E non per spocchia o per chissà quali altre astruse ragioni ma perché semplicemente io non posso insegnare nulla a nessuno, tantomeno la magia o lo sciamanesimo. Io NON sono un maestro: sono uno studente, e pure abbastanza lento. Fidatevi, non imparereste niente da me che non potreste trovare da soli nei libri di testo, spiegato meglio di quanto potrei fare io.

Riflessione n. 7
“Uscire dalla propria comfort zone” è uno dei concetti più fraintesi – e ciononostante più ripetuti a pappagallo – dalla nostra società. 

Riflessione n. 8
Meno chiacchiere, più magia! 

Boh, non mi viene in mente altro da aggiungere. Penso però che sarebbe bello se tra un anno fossimo ancora qui, a festeggiare la seconda candelina della mia piccola Capanna. In attesa di quel momento, mi voglio permettere di esprimere il mio attuale programma di vita rispondendo con sincerità alla domanda dell’adorabile Black Philip qui di lato.
E la mia risposta è “YES”

giovedì 18 agosto 2016

Recensioni, o i diavoli alla finestra


...Ed ecco che torno a parlare di letteratura. Stavo per dire che lo faccio contro la mia volontà, ma non è vero: se davvero non volessi scrivere un post, non lo farei. Diciamo allora che lo faccio contro il mio stesso buonsenso, e riproponendomi di smetterla una buona volta (come Alice, anche io mi so dare degli ottimi consigli, ma non sono tanto bravo a seguirli…)

Di recente mi hanno chiesto – ancora una volta – “Ma perché non cominci a scrivere recensioni?”
In realtà era da un bel po’ che non succedeva, ma per una serie di ragioni la domanda questa volta mi ha fatto riflettere. Chi mi conosce sa che non solo non ne ho mai scritte, ma in genere non ne leggo nemmeno, e soprattutto non leggo quelle che mi riguardano (a meno che qualcuno non mi chieda espressamente di farlo, e ogni tanto ho risposto comunque di no). 
Ora però voglio spiegare una volta per tutte perché non scrivo recensioni e non ne scriverò mai (a meno di subire un trauma cranico con annessa inversione della personalità o di essere sostituito da un ultracorpo): io ritengo – e ho motivo di ritenere – che recensire, nella forma in cui lo si intende oggi, sia un atto indebito, inutile e in contraddizione intrinseca con se stesso.

Recensori che abbiamo amato...
Facciamo un po’ di chiarezza. 
Un conto è consigliare – o sconsigliare – un’opera (d’ora in poi userò sempre questo termine generico, visto che il discorso vale più o meno allo stesso modo per libri, film, telefilm, fumetti e altri prodotti affini) perché ci è piaciuta e pensiamo possa piacere a chi ha gusti simili ai nostri. È quel che faccio anch’io in questa sezione del mio blog, anche se di rado e solo quando me ne viene voglia. In questo caso si sta esprimendo un giudizio del tutto personale, esplicitamente soggettivo, e lo si fa – almeno spero – perché è naturale provare gusto nel consigliare qualcosa che ci è piacito (specularmente, sconsigliare di nostra pura iniziativa quel che non ci è piaciuto, senza che nessuno ce lo abbia chiesto, mi sembra un atto già un po’ meno legittimo sul piano dell’etica e del buon gusto, ma soprassediamo). 
Un conto del tutto diverso è recensire nell’accezione moderna e “tecnica” del termine. Una recensione oggettiva pretende di basarsi su criteri oggettivi, ossia universali, precisi, sempre spiegabili e validi in qualunque caso. 
Prendiamo come esempio le recensioni negative (il discorso funziona anche con quelle positive ma con quelle negative è più facile; oh quanto è più facile…) Se io volessi recensire negativamente e in maniera obiettiva un film o un libro non potrei dire che fa schifo perché, che so, mi è antipatico l’argomento di cui parla: dovrei invece spiegare che è scritto male o girato male, che i personaggi non sono psicologicamente credibili, che gli attori sono dei cani, che il montaggio è fatto a cazzo, che gli archi narrativi non hanno senso, che la storia straripa di infodump, che manca lo show don’t tell o altre amenità assortite che abbiamo letto e sentito tutti un milione di volte di troppo. 
In altre parole, per fare una recensione obiettiva serve necessariamente una griglia di riferimento. È da quella che deriva tutta l’ipotetica obiettività: la mia recensione ha un valore intrinseco perché non si basa su opinioni o gusti miei, che in se stessi valgono quanto quelli di chiunque altro, ma sull’applicazione sistematica di una serie di criteri fissi, elencabili, studiabili e soprattutto sempre validi. 
Se si parla di libri, posso decidere che la griglia di riferimento è una determinata scuola di scrittura o un determinato manuale; se si parla di cinema, avrò come modello una determinata scuola di cinema, o il pensiero di un determinato teorico del settore, e così via. Naturalmente posso anche crearmi una griglia mia, come sintesi di tutto quel che ho letto, osservato, studiato e valutato. O posso scegliere griglie che non hanno per forza attinenza diretta con quel che sto recensendo: un esempio molto usato è quello di chi valuta usando come criterio i principi della sua religione (ad es. un cristiano per il quale un libro che propone valori cristiani è automaticamente un buon libro, e viceversa).

E siamo arrivati al semplice nodo del problema: la scelta di una griglia di riferimento è a sua volta una scelta, ossia niente di diverso da un’opinione personale. Perché, amici miei, i criteri oggettivi e universali per la valutazione di un’opera artistica non esistono. Sono un abbaglio nella migliore delle ipotesi, e nella peggiore una mistificazione fatta in malafede. 
Un simpatico diavolo alla finestra
Non esiste né è mai potuto esistere l’equivalente di una “comunità scientifica” per i prodotti artistici e/o di intrattenimento, ed è precisamente per questo che non esiste nemmeno un peer reviewing per libri, film o simili. Il concetto stesso è assurdo, e anche un po’ ridicolo. Ci possono essere pareri genericamente giudicati più autorevoli di altri – registi o scrittori famosi, accademici quotati, scuole di critica cinematografica o letteraria – ma di nuovo non si tratta di altro che di vox populi, o più spesso del suo triste contrario (micro-gruppetti di critici inaciditi che per varie ragioni odiano i gusti del grande pubblico, e che quindi costituiscono semplicemente un “popolo” più piccolo). 
Non c’è nulla di “scientificamente obiettivo” in tutto questo, e chi cerca di farvelo credere vi sta prendendo per il culo, anche se non sempre lo sa. Magari se ne potrà riparlare quando – e se – avremo un perfetto diagramma matematico del funzionamento della mente umana con tutti i suoi processi emotivi e cognitivi: forse a quel punto potrà esistere una vera scienza della “giustezza” o “sbagliatezza” di un’opera artistica. E sottolineo forse
Fino ad allora, l’opinione personale rimarrà un diavolo che rientra eternamente dalla finestra, pur facendolo a un livello più basso, alle radici del ragionamento anziché al suo culmine. Lì è più difficile notarla, ma c’è lo stesso e continua a farla da padrone. 

Quindi, per quanto mi riguarda vengano pure tutte le analisi critiche di qualsivoglia opera basate su tutti i criteri che più vi piacciono di più, che siano le vostre esperienze personali o quelle di qualcun altro. Non sarò mai io a negare l’autorevolezza di determinati pareri, che è qualcosa di ben diverso dalla pretesa di obiettività universale: se cercate di spacciare quest’ultima a casa mia, vi garantisco che avrete più fortuna cercando di vendermi un chupacabra.